Il nostro precedente articolo ha raccolto diverse osservazioni e commenti, abbastanza opposti nel loro contenuto. Uno dei suoi scopi era proprio di stimolare reazioni vivaci, e a quanto pare c’è riuscito. Ma la storia ha un seguito. Ovviamente la figura di Dio non poteva rimanere in quella luce così fosca, così lontana dagli archetipi di perfezione che il concetto di Dio evoca nelle persone di fede. I prossimi paragrafi contengono delle considerazioni basate sui più elevati e complessi insegnamenti della Cabalà . Verranno sintetizzati, ma consigliamo i lettori a digiuno di tali concetti, di non scoraggiarsi se non dovessero essere chiari. Il testo riprenderà successivamente, e sarà comprensivo anche senza vere assimilato la parte cabalistica..
Sia chiaro ed inequivocabile: secondo la Cabalà , l’essenza della Divinità è una sommatoria vettoriale di molteplici Espressioni, chiamate in ebraico “Patzufim”, che si estendono lungo tutti i livelli del creato e dell’increato, senza soluzione di continuità . L’Unità di Dio non è affatto minacciata né tantomeno negata dalla presenza in Lui di queste varie componenti. L’assoluta Unità di Dio è contemporaneamente sia l’origine dei Partzufim, che la loro risultante.
Le Espressioni Divine sono Sei: la più remota ed inaccessibile delle quali, Atiq Yomin, l’Antico dei Giorni, com’è a volte chiamato, è del tutto rimosso dagli eventi della Creazione. L’Antico dei Giorni rimane immutabile ed inconoscibile, e non subisce influenze da qualsivoglia trasformazione in atto nel creato.
La seconda Espressione, Arikh Anpin (il Volto infinitamente lungo), è un’onnipervadente presenza di coesione, che attraversa l’intero creato come se fosse una rete di fili sottilissimi, che cuce e tiene insieme le miriadi di creature. Anche questa componente non è modificabile o limitabile dal libero arbitrio umano, nè dai destini lungo i quali si svolge la storia del cosmo. Essa è bensì la responsabile ultima della sopravvivenza del tutto. Come studiato in un seminario estivo sulla guarigione, pochi anni fa, Arikh, il “Volto infinitamente lungo” è l’origine di ogni guarigione, fisica e spirituale, come dice il verso “Poiché io sono Dio, il tuo guaritore“.
Poi ci sono due Espressioni già più vicine: Abba e Ima, il Padre e la Madre. Esse rientrano già nelle descrizioni antropomorfiche che la Scrittura offre di Dio. Sono presenti in ogni esperienza religiosa o meno del vivere umano. Il loro stesso nome indica dei ruoli che gli uomini e le donne possono assumere nel corso della loro esistenza. Queste due Entità Divine sono già nel regno antropomorfico, e la loro comprensione varia a seconda degli individui e delle culture. Di conseguenza, anche l’efficacia del loro intervento divino è diversa, e può venire percepita in modo più o meno forte, avendo così un effetto più o meno marcato sulla storia dell’individuo e della collettività . Abba e Ima, Padre e Madre, sono componenti della Divinità che già , in piccola misura, variano e si trasformano a seconda del grado evolutivo umano. Gia fanno parte del mondo nel quale esistono l’autorità , la legge, il giudizio, il sostegno ma anche il rimprovero, l’aiuto ma anche la richiesta. Un mondo dove malattia, distacco, solitudine, l’abbandono, sono esperienze possibili, per quanto temute.
Per ultimo, ci sono le due Espressioni Divine chiamate: Figlio, o anche “Zeir Anpin“, “Volto in miniatura“, e la “Nuqva“, la Femmina. La costellazione di caratteristiche del Figlio è enormemente complessa. La maggioranza dei comportamenti e delle frasi che la Scrittura attribuisce a Dio fanno parte di questo archetipo. Esso si modifica nel tempo e nello spazio, e, soprattutto, a seconda dell’interpretazione e della lettura che gli uomini fanno di Esso. Zeir Anpin cresce e si ferma, può regredire. Si offende, è geloso, vendicativo, punitore, giudice severo. Contemporaneamente, Zeir Anpin è la sede dell’amore e della forza. Qui c’è l’amore tra gli esseri, l’amore che unisce uomo e donna, il loro afflatus romantico, i travagli che le relazioni umane si trovano ad attraversare. È compassione, perdono, speranza, visione, forza e sostegno. Insomma, è Lui il Dio della Bibbia.
Nuqva, la Sua Femmina, è più misteriosa; è il suo aspetto nascosto, è il popolo, la comunità dei fedeli. È nascosta nella terra santa, o nei luoghi particolarmente cari alla vita religiosa. Essa è totalmente incarnata negli individui e nelle situazioni. All’opposto del polo più alto, Atiq Yomin, la Nuqva, la Femmina, è la più influenzabile tra le Potenze Divine, la più coinvolta con la storia della Creazione. Addirittura, Essa soffre le pene del Suo popolo, quando è esiliato (si veda il concetto dell’Esilio della Shekhinà ). Peggio, Essa cade in preda ai malvagi, e presta, controvoglia, i suoi poteri divini al servizio degli idoli, alla realizzazioni di progetti tirannici e malvagi.
Paradossalmente, tutto questa componente caduca e fragile coesiste e convive in simultanea col ruolo di felice controparte del Divino maschile, già unita a Lui, già godente dei piaceri della festa nuziale, già contemplante la perfezione assoluta dell’universo. Essa sembra separata solo all’incompleta capacità di visione e di interpretazione degli esseri umani.
Come ultima osservazione, mettiamo in guardia i lettori dall’immaginarsi l’insieme dei Partzufim (Espressioni di Dio, o Ipostasi), come entità disposte in modo lineare, ad esempio, dall’alto al basso. Neppure una rappresentazione in tre dimensioni, tipo sfere concentriche od intersecantesi potrebbe bastare. I sei Partzufim potrebbero inizialmente essere associati alle sei facce di un cubo, ma solo come prima approssimazione. Un esempio geometrico più corretto potrebbe venire dall’ipercubo a quattro dimensioni, dotato di 24 facce, 32 lati e 16 vertici.. In altri termini, i Partzufim sono realtà multi-dimensionali, tutte coesistenti anche nei piani inferiori della realtà , pur se in modo più o meno misterioso e rivelato. I due articoli precedenti si svolgevano intorno agli ultimi due livelli delle Espressioni divine: Il Volto in Miniatura e la Femmina, pur con la presenza invisibile degli altri quattro Partzufim.
Ora, il Dio che compare ed agisce nel capito 3 del Genesi, pur essendo Uno con tutti i Suoi altri aspetti, assume delle caratteristiche decisamente grigie. Tali componenti si riveleranno in innumerevoli altri brani della Bibbia, laddove sono il giudizio, la condanna e la punizione, a costituire il pilastro portante dei racconti. Non in poche occasioni, questo aspetto del Divino decide di eliminare l’umanità dalla faccia della terra, o il popolo d’Israele. Non in poche occasioni Egli proferisce maledizioni terribili, Se esse fossero solo restate espressioni colorite, purtroppo invece si sono quasi tutte già manifestate varie volte nel corso della storia. Certo, in simultanea a ciò, ci sono sempre anche i Suoi lati del perdono, della misericordia, della vita, dell’amore, della compassione, della guarigione, dell’assoluzione, della cancellazione della colpa e del peccato. Ma nessuno potrebbe misurare quale dei due aspetti prevalga: il Destro, l’Amore, o il Sinistro, il Giudizio severo. Questa indeterminazione è semplicemente il risultato del fatto che ogni individuo umano ha una differente soglia di dolore, o una sensibilità e reattività più o meno marcata alla pena, sia dell’anima che del corpo. Variano anche le memorie, che sono selettive.. Ed ecco che la stessa quantità di male può avere effetti disastrosi per gli uni, oppure rappresentare solo una sopportabile e temporanea prova d’iniziazione per gli altri.
Il punto fondamentale delle due parti dell’articolo precedente stava nell’affermazione di quanto l’immagine di Dio che noi ci facciamo dipenda dai vissuti e dalle interpretazione da noi stessi date a tutto quello che succede. La componente psicologica, l’auto-consapevolezza dell’individuo sono in continua crescita. I simboli del sacro, Dio compreso, che le Scritture, le Religioni e i loro maestri ed interpreti, trasmettono ed insegnano, ne devono tenere conto, devono rispettare tale evoluzione, anticiparla, guidarla, o come minimo, seguirla, se non vogliono perdere il contatto col genere umano.
Ed ora cerchiamo di ricollegarci con l’articolo. Come detto, nella storia del Giardino hanno un ruolo attivo o distinto sei soli personaggi principali: Dio, Adamo, Eva, l’Albero della Vita, l’Albero della conoscenza, il Serpente. Essi sono riconducibili a tre coppie. Per esclusione, visto che Adamo ed Eva sono stati creati uomo e donna, l’uno per l’altro, e visto che i due alberi fanno anch’essi parte della stessa famiglia, rimane solo la possibilità di avvicinare Dio e il serpente. L’idea non è così eretica come sembra. Ad esempio, nella psicologia junghiana il fatto che il Divino, così com’è percepito dagli individui, presenti aspetti d’ombra e di imperfezione è un dato fondamentale e scontato. Se ti tiene conto che il Dio del quale si parla nel capitolo 3 del Genesi è una imperfetta commistione del Figlio e della Femmina, che risentono delle proiezioni umane, e visto che Adamo ed Eva leggono gli eventi di quel primo loro giorno di vita come un colossale fallimento, è evidente che anche l’immagine di Dio collegata a tutto ciò soffra di macroscopiche ed inaccettabili carenze. Si noti bene, non sottolineeremo mai abbastanza questo punto: tali carenze non sono solo il risultato della colpa di Adamo ed Eva!! Esse sono insite nello stesso mistero delle due Espressioni divine inferiori, il Figlio e la Femmina, ad immagine delle quali Adamo ed Eva sono stati creati. Una di queste carenze sta nel fatto che nell’analisi dei sei personaggi raggruppati in tre coppie, Dio si ritrova necessariamente associato al serpente, che nel racconto rappresenta il male stesso. Della presenza della Femmina non ci sono tracce nel testo letterale di quei tre capitoli.
Non si tratta di una associazione arbitraria o eretica! Uno, abbiamo notato, il serpente era in origine un angelo, un “inviato” di Dio, arrivato lì appositamente per mettere alla prova Adamo ed Eva. Nella sua opera magna di Cabalà , “Leshem, shvo ve’achlamah“, Rabbi Shlomo Elyashiv, basandosi sull’Arizal e sul Gaon di Vilna, afferma in sostanza che Adamo ed Eva non avevano nessuna possibilità di superare la prova della scelta tra i due alberi, dato che il serpente proveniva da livello chiamato Ima (Madre), mentre loro due erano solo nel piano di Figlio, Zeir Anpin. Era come se una coppia di studenti appena entrati al liceo fosse stata sottoposta ad un esame universitario.
L’altro grande elemento associativo tra Dio e il serpente, al quale si è accennato in precedenza, è l’identità numerica tra nachash, 358, e Mashiach, 358, tra “serpente” e “Messia”, che meriterebbe spiegazioni molto più ampie. Pur se soltanto indicata, essa mostra tuttavia una vicinanza tra i due personaggi suddetti. Infatti, l’evento messianico, la trasformazione gloriosa di tutta la creazione, è un’opera di sommo intervento divino, e certamente richiede la partecipazione simmetrica di tutte le Personificazioni, o Ipostasi Divine.
Comunque la si rigiri, l’associazione Dio-serpente può e deve rimanere problematica. C’è un solo modo di liberare Dio da essa, rispettando la simmetria generale del racconto, ed evitando accuratamente di ricadere nelle descrizioni dualistiche. L’approccio dualistico, etico e moralistico, ha fallito il so compito interpretativo, in quanto confina tutto il male da una parte e tutto il bene dall’altra, con poche e confuse gradazioni intermedie, sempre comunque riconducibili all’uno o all’altro dei due poli. Ripetiamo senza stancarci: un tale dualismo è la tomba della capacità evolutiva di una religione, forse dell’intera umanità . È il peggiore di tutti i possibili stalli energetici. È il risultato più diretto ed evidente del frutto dell’albero della conoscenza, divorato in quantità industriali mentre si è convinti che ci si sta alimentando del frutto dell’albero della vita. La classica lettura, il Dio buono da una parte, e il serpente cattivo dall’altra, con alberi ed esseri umani oscillanti da una parte all’altra dei poli estremi, è il risultato più clamoroso del frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male! Chiunque la ritenga indiscutibile sia almeno onesto nel dichiararsi affetto da quel frutto, e non dichiari di stare già cibandosi del solo frutto dell’albero della vita. Sia chiaro, la lettura etica classica non è sbagliata, ma è lineare ed incompleta, provvisoria, e richiede un grande cammino evolutivo, simbolicamente connesso con il digerire il frutto famoso, ormai comunque mangiato da Eva e da Adamo a nome di tutta l’umanità .
L’albero della conoscenza non è così velenoso, visto che contiene anche il bene, ma il problema vero è quando lo si confonde con l’Albero della Vita, qualcosa di straordinariamente diverso, di totalmente integrato. Non ci sono più conflitti nell’Albero della Vita, solo polarità generatrici di diverse gamme energetiche.. solo uno scambio ritmico ed armonico di ruoli e di attributi, senza confusioni, senza sopraffazioni.
C’è un solo modo per riportare il Dio che parla ed agisce nel capito 3 del Genesi al Suo ruolo felice, saggio, compassionevole: quello di inserire un settimo personaggio, che faccia coppia col serpente. In tal modo, le tre coppie create si perfezionano vicendevolmente, e Dio è il settimo, libero di mostrare in una dimensione parallela la perfezione del Settimo giorno, il Shabbat, nel quale Egli è perfettamente riconciliato ed unito con la Shekhinà . Nel linguaggio cabalistico precedentemente utilizzato, significa dire di un Zeir Anpin, il Volto in Miniatura, che si unisce indissolubilmente alla Nuqva, alla femmina.
Ma chi è allora questo settimo personaggio? E qui facciamo un’ipotesi, l’ipotesi centrale di questo articolo. Il settimo personaggio è la serpentessa.!
Sebbene non se ne parli in modo esplicito, sappiamo per certo dal midrash che: “Dio disse ad Israele: Tutto ciò che ho creato l’ho creato a coppie: cielo e terra, sole e luna, Adamo ed Eva, questo mondo e quello a venire”. Questo midrash si basa su di un verso del Qoelet: “ze l’umat zeh assa ha Elohim”, “questo parallelo a quello ha fatto Dio“. Perfino il Leviatano, il mostro marino, la cui pericolosità può considerarsi sicuramente superiore a quella del serpente, aveva una leviatanessa. Secondo i midrashim, il Leviatano era così vorace che avrebbe potuto divorarsi il mondo intero
Al di là di una sua ipotetica realtà fisica, possiamo interpretare la serpentessa come la parte nascosta, interiore, del serpente. Con il non essere ancora abbastanza consapevole del proprio femminile, il serpente proiettò ogni suo desiderò all’esterno, e si innamorò di Eva. Uscì dalla semplice e pura consapevolezza della sua missione, e rese il test più severo di quanto non avrebbe già dovuto essere. Ci mise del suo ego. Ciò gli si rifletté contro quando rimase punito con l’odio eterno tra lui ed Eva, esteso ad ogni essere umano. Ma se il serpente identifica ed assimila la sua parte femminile, meglio, se si unifica con essa, l’esempio che potrà dare ad Adamo ed Eva sarà totalmente diverso.
È importante non confondere la serpentessa con Lilith. Lilith, come narrano i midrashim, era una donna in carne ed ossa, creata subito dopo Adamo, creata dalla polvere, come lo stesso Adamo. Tutto ciò avveniva prima della creazione di Eva. Lilith fu la prima moglie di Adamo, e voleva piena eguaglianza col marito, dato che era stata creata dallo stesso elemento e nello stesso modo. Ben presto la prima coppia incontrò dei problemi, e così dicono i midrash, Lilith lasciò Adamo. Solo nel corso del tempo, dopo essersi isolata vicino al Mar Rosso, essa divenne un demone e iniziò a generarne legioni su legioni. Preghiamo inoltre i lettori di sospendere l’automatismo col quale Lilith è dai molti subito associata al peggiore dei mali. Proprio per mostrare la relatività di tali opinioni, in alcuni aspetti della cultura moderna Lilith è invece diventata l’esempio della donna libera ed indipendente, che non sottostà più alle imposizione dei maschi. Un esempio da proporre e da seguire. Cercare chi abbia ragione e chi torto, è parte del dualismo che vorremmo proprio evitare. Inoltre, quest’articolo non vuole occuparsi della figura della Lilith.
A questo punto delle nostre ricerche, quella che presentiamo sulla serpentessa è solo un’ipotesi. Ma se la serpentessa esiste, e non è solo male, come neppure lo è il suo compagno, il serpente, allora nel corso del tempo essi imparano a costruire un’armonia di coppia sufficiente a sostenere una dinamica da Albero della Vita e non da Albero della Conoscenza. Ricordiamo ancora una volta che la differenza tra i due alberi non sta nella proporzione tra bene e male presenti in essi, bensì nel diverso modo col quale interagiscono. I due alberi sono fondamentalmente uno solo, quello delle Sefirot. A seconda dello scambio ed interazione che diventano possibili tra le loro dieci entità costituenti, il risultato complessivo sarà più o meno vicino al segreto della vita. In breve, il segreto della vita consiste nella capacità di una crescita nel livello di organizzazione e collaborazione reciproca, con il manifestarsi di condizioni di coerenza organica sempre più vicine all’auto-consapevolezza totale ed eterna. Il punto di svolta nella trasformazione dell’albero della conoscenza in albero della vita sta proprio nella sua undicesima sefirà , chiamata per l’appunto “conoscenza”. Il suo utilizzo è la chiave di accesso alla scelta tra i due veri opposti: conoscenza e vita.
Quando la Conoscenza è comunicazione, scambio, comprensione dei punti di vista opposti, relativizzazione di quei principi che, pur parziali, si ritenevano assoluti, riconoscimento ed identificazione con i piani superiori dell’Essere, la conoscenza diventa la colla gluonica multi-cromatica che unisce tutte le altre sefirot, portandole all’inscindibilità della vita eterna, chiamata in Cabala: “la vita di tutte le vite” (chaiei ha chaim, valore numerico 101).
Nella storia del Giardino la danza tra i poli viene raffigurata nella relazione tra Adamo ed Eva. Il problema del come raggiungere una sufficiente armonia tra il maschile e il femminile è da sempre la più grande ricerca esistenziale, intorno alla quale ruota lo stesso tikkun del mondo, la rettificazione dell’universo. Adamo incontra seri ostacoli in questo processo, che i midrashim testimoniano, col loro modo non lineare di spiegare i dettagli. Addirittura Eva non è la sua prima moglie, bensì Lilith lo fu. E chissà se la versione di Lilith allontanata per colpa di lei, per mancanza di umiltà e di arrendevolezza verso marito, non sia solo una metà della verità , la metà maschile! È ora che tutti si apra gli occhi e si accetti che in un sistema patriarcale come quello nel quale è stata rivelata la Torà , essa doveva necessariamente farne proprie le vesti, o sarebbe stata rigettata fin dagli inizi. Ma lo Zohar mette in guardia chi vuole valutare una realtà qualsiasi solo in virtù delle sue vesti esterne. È scontato che nel suo senso letterale la Torà e l’insieme di midrashim che la spiegano, preferisca inclinare i giudizi e colpe prima verso la donna. Ciò rafforza e stabilizza il potere del maschio sulla femmina.
Anche con Eva, pur col colpo di fulmine iniziale che Adamo provò per lei, arrivando a dire: “questa volta lei è ossa delle mie ossa, carne della mia carne”, arrivano presto i problemi, con Adamo che le aggiunge una regola a quelle date da Dio, ovviamente per poca fiducia in lei. Qualcuno potrebbe sempre obbiettare che anche ciò è a causa della prima moglie, che lo aveva tradito e deluso, e così riportare la colpa tutta sulla donna… ma sarebbe poco elegante, oltre che poco leale.
Un altro famosissimo midrash afferma che Adamo ed Eva vennero creati come una coppia di fratelli siamesi, schiena contro schiena. Non si potevano guardare in faccia, e questo è considerato dalla Cabalà uno stato molto inferiore di comunicazione. Inoltre, Eva, che era leggermente più piccola, aveva i piedi che letteralmente penzolavano in aria. Si lamentava perciò di non poter scegliere la direzione del loro movimento, che veniva sempre decisa da Adamo. Per cercare di rimettere un po’ di equilibrio, Dio decise di separali. Ci fu la cosiddetta “segatura”, una specie di operazione chirurgica grazie alla quale Adamo ed Eva ricevettero la reciproca dovuta autonomia. Nel corso del tempo, impareranno anche a guardarsi “faccia a “faccia”, “panim le panim”, posizione che rende possibile il meglio del comunicare.
Il serpente può venire capito come lo stesso strumento, o sega, utilizzata da Dio per dividere Adamo ed Eva. Simbolicamente, lo si può vedere come una lettera Vav che entra a metà tra l’uomo e la donna. Ecco perché gli vennero amputati gli arti, per diventare ancora di più rettilineo, più affilato! Il serpente è anche una dimensione interiore, è la verticalità della colonna vertebrale. Che il serpente sia connesso con la lettera Vav è confermato da uno straordinario fenomeno della Torà . Il Pentateuco, i cinque libri di Mosè, contengono esattamente 304,805 lettere. Nel suo mezzo esatto, cioè la sua 152,403 esima lettera, è una Vav, scritta in modo grande rispetto alle altre lettere. Tale Vav fa parte della parola “gachon”, “ventre”, nella frase “tutto ciò che si muove sul ventre”, alludendo ai rettili.
In altri termini, si può capire il ruolo del serpente nel Giardino proprio come lo strumento utilizzato da Dio per separare i due siamesi, che pur essendo anime gemelle, non sapevano come riconoscersi tali. Si tenga tuttavia presente che, dopo la separazione, il ricongiungimento “faccia faccia” richiese ben 130 anni! Per tutto quel periodo Adamo si era separato da Eva, si suppone adirato contro di lei. 13 è “ahavà ”, “amore”. È come se Adamo ed Eva avessero dovuto fare esperienza dell’amore, ognuno per conto suo, in ognuna delle 10 Sefirot dell’Albero, prima di diventare in grado di ritornare l’uno all’altra, e provare a scambiarlo fino in fondo.
In ultima analisi, il serpente fece loro un grande favore, iniziandoli ad una via di evoluzione che, per quanto penosa, lunga e difficile, li porterà al sommo dei beni. Il serpente non è stato utile solo agli inizi. Col suo ridimensionamento, questa creatura si rimette sulla rotta verso il campo zero, verso la base dove pur se l’ego si annulla, rinasce e si rafforza il sé. Il serpente è un simbolo universale di potenza, di saggezza, di guarigione, di sopravvivenza. E la serpentessa? Per terminare la ricerca, sarebbe importante cercare di darle un nome. Prima di esplorare l’ebraico, un’occhiata alla storia antica permette di individuare il personaggio della Pitonessa. Si trattava di una donna veggente, chiamata anche Pizia, che canalizzava particolari visioni nel tempio dell’oracolo di Delfi. Essa veniva consultata dai visitatori, ed entrava in una specie di trance prima di dare le risposte. Sacerdotessa del Dio Apollo, i riti alla quale partecipava erano avulsi da ogni connotazione sessuale. Richiedevano purezza e elevazione.
Può essere interessante far notare che l’ebraico “nachash”, “serpente”, è la stessa identica radice di “lenachesh”, “divinare”.
Ritornando ad un tentativo di dare un nome ebraico alla serpentessa (dato che nella Scrittura non ve ne è menzione) ci si potrebbe rivolgere al termine “nachoshet”, ottenuto semplicemente aggiungendo una Tav al termine “nachash”.
(Continua in un prossimo articolo)
>> prima parte
>> Seconda Parte